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RENDERE GRAZIE A DIO
"In ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesú verso di voi" (I Tessalonicesi 5:18).
Rendere grazie a Dio, sempre, in ogni circostanza, in qualsiasi momento, in qualunque cosa: è senza dubbio questa la volontà di Dio per noi. E’ un fatto chiaramente espresso nella Sacra Scrittura e non vi può essere dubbio di sorta né incertezza su ciò. Un modo differente di fare e di porsi di fronte alle nostre vicende umane esula dal volere divino e ci porta inevitabilmente ad intraprendere atteggiamenti, soluzioni, espedienti lesivi e negativi che ci condurranno prima o poi a cadere in situazioni ancora più difficili e problemi persino più grandi.
E’ invece questo uno dei segni più tangibili della raggiunta maturità cristiana, perché rendere sempre grazie a Dio è l’espressione più evidente di una piena fiducia interiore nel Signore e nella Sua divina Parola. I credenti, infatti, sanno che “ogni cosa coopera al bene di quelli che amano Dio” e riposano su questa gloriosa promessa. Il rendere grazie permette loro di non confondere le circostanze avverse e a non vederle come un segno dello sfavore divino, bensì quali momenti che Egli usa per condurre a compimento il Suo perfetto piano per la nostra vita.
Questa preziosa attitudine ci evita altresì di addebitare a Lui la responsabilità dei nostri mali, tentazione sempre possibile ed in agguato per la nostra anima, in quanto il nemico ha fatto e farà continuamente leva su questi sentimenti di sconforto per portarci nella delusione e nello scoraggiamento, oltre che in un atteggiamento di critica nei confronti del Signore.
RENDE GRAZIE DIO CI PORTA AD AFFRONTARE CORRETTAMENTE LE COSE
Pensiamo un attimo a Giobbe ed alla sua capacità di rendere grazie a Dio durante le sventure che lo colpirono insieme alla sua casa. In un solo momento gli giunsero quattro terribili notizie: i buoi e le asine erano state rubate dai Sabei, le pecore bruciate dal fuoco sceso dal cielo, i cammelli portati via dai Caldei e tutti i servi posti alla guardia di questi animali erano stati uccisi. Ma la più terribile delle notizie gli fu recata per ultimo, a completare il terribile quadro che si era improvvisamente delineato: tutti i suoi figli erano morti nel crollo della casa dove si trovavano a festeggiare. In un solo momento, Giobbe prende atto di aver perso tutto il suo ingente patrimonio e che è diventato un uomo povero, proprio lui che era stato finora un uomo grandemente ricco e benedetto. Si rende poi improvvisamente conto di aver perso tutta la sua prole e che non gli resta più nulla se non, come si suol dire, gli occhi per piangere.
Cosa avremmo fatto noi in una simile circostanza? Ognuno può pensare un momento e mettersi nei panni di quest’uomo: non è terribile ciò che ci passa per la mente?
Giobbe, invece, si prostrò ed adorò: “Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: "Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore". In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuí a Dio nessuna colpa” (Giobbe 1:20-22).
Nessuno avrebbe fatto come lui, mantenendo una sì grande calma ed uno spirito di piena adorazione e sottomissione. Come siamo distanti dalla condizione spirituale di quest’uomo che pure era vissuto non nel tempo della grazia, ma probabilmente addirittura prima che la Parola di Dio fosse stata scritta! Egli fa ciò che noi siamo oggi chiamati a fare, senza avere a disposizione l’esortazione che ci viene rivolta.
Forse noi, in un simile frangente, saremmo precipitati nello sconforto, nello smarrimento e nello sbandamento spirituale più grandi. Avremmo perso tutte le nostre forze e la fiducia, ci saremmo sentiti oggetto di bersaglio, perseguitati dallo sfavore divino e questo ci avrebbe portato ad errare nelle nostre considerazioni ed a nutrire, anche senza rendercene conto, sentimenti di rancore nei Suoi confronti.
Giobbe mantenne una calma soprannaturale ed una fiducia incrollabile nel Suo Dio come è scritto nel Salmo: “Egli non temerà cattive notizie; il suo cuore è saldo, fiducioso nel Signore” (112:7).
Quale testimonianza rese ai suoi contemporanei e quale fede dimostrò. Il suo stracciarsi il mantello ed il radersi il capo, più che essere riferiti ad un gesto di disperazione, era un atto di umiliazione ancor più grande nei confronti dell’Onnipotente. Lo dimostra il fatto che subito dopo si prostrò ed adorò. Questo fu il suo rendere grazie, che è rimasto un esempio ed un punto di riferimento per tutti noi credenti che ci troviamo spesso ad affrontare prove e tribolazioni, come il Signore stesso ci ha predetto.
Giobbe non peccò con le sue labbra, non attribuì a Dio nessuna colpa per ciò che gli era avvenuto, proprio perché adorò il Signore e questo gli permise di non confondersi e di non sbagliare in una circostanza nella quale era facile cadere, consapevolmente o inconsapevolmente che sia, in un giudizio nei confronti della Deità.
Impariamo anche noi a rendere grazie a Dio in ogni cosa. Quale fiducia, quale serenità, quale speranza sorgeranno allora nel nostro cuore e come la Sua pace e la Sua benedizione saranno su di noi! Il male non ci scalfirà ed ogni pensiero negativo si allontanerà da noi, lasciando posto solo a ciò che edifica e porta verso ogni cosa buona.
Giobbe non si sbagliava, Dio aveva un piano per lui, nonostante ciò che si poteva vedere. Il Signore aveva dato e tolto, ma era ancora in grado di dare nuovamente ed addirittura di più, perché le Sue compassioni non si sono esaurite, ma si rinnovano ogni mattina.
Alla fine, il bene trionfò sul male e la benedizione sulla maledizione,“Poiché l'ira sua è solo per un momento, ma la sua benevolenza è per tutta una vita. La sera ci accompagna il pianto; ma la mattina viene la gioia” (Salmi 30:5).
La moglie, che tanto ci somiglia a volte, gli suggerì cose che non promuovevano certo la fiducia ed il bene del marito, ma Giobbe rimase incrollabile, saldo, grazie al suo adorare e rendere grazie in ogni circostanza. Ciò contribuì alla sua salvezza ed al successivo ristabilimento.
RENDERE GRAZIE CI FA STARE IN PACE ED ESSERE DI BUONA TESTIMONIANZA
L’apostolo Paolo si trovava in viaggio verso Roma per comparire davanti a Cesare, affidato ad un centurione di nome Giulio, quando la nave sulla quale viaggiavano si trovò ad affrontare una terribile tempesta. Per quattordici giorni non si videro né sole né stelle ed il pericolo si fece sempre di più grave. L’apostolo incoraggiò però alla fine il centurione, perché ci sarebbe stata solo la perdita della nave, ma gli occupanti sarebbero tutti scampati. Così, esortandoli a mangiare, perché erano digiuni da ben quattordici giorni, prese del pane e lo spezzò, rendendo grazie a Dio.
“Detto questo, prese del pane e rese grazie a Dio in presenza di tutti; poi lo spezzò e cominciò a mangiare. E tutti, incoraggiati, presero anch'essi del cibo. Sulla nave eravamo duecentosettantasei persone in tutto” (Atti 27:35-37).
Paolo mantenne una condizione di pace e di serenità, tanto che riuscì ad influenzare positivamente anche i marinai e soprattutto il centurione, il quale gli diede pieno ascolto e lo dimostra il fatto che, su suo suggerimento, fece tagliare le funi delle scialuppe di salvataggio.
Quel ringraziare di Paolo dimostrava la fede che era nel suo cuore: “Perciò, uomini, state di buon animo, perché ho fede in Dio che avverrà come mi è stato detto” (v. 25).
Era la fiducia in Dio che permise all’apostolo di stare tranquillo in mezzo a quella tempesta ed ad essere di incoraggiamento anche per gli altri.
Non ci ha detto Dio nella Sua parola che “… colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesú” (Fileppiesi 1:6)?
Anche noi abbiamo avuto l’assicurazione che niente ci potrà avvenire senza che il Signore non lo voglia e che Egli sarà con noi in ogni circostanza, fino alla fine dell’età presente. Perché dovremmo temere?
Paolo era tranquillo perché riposava su ciò che il Signore gli aveva detto e, per questo, rese grazie a Dio in presenza di tutti. Ognuno vide la fede e la pace di quest’uomo, così che, convinti anch’essi, presero il pane che era stato spezzato. L’apostolo è il protagonista di questa vicenda. Le sue indicazioni saranno pienamente accolte dal centurione e fondamentale si rivelò anche il suo invitare a prendere cibo, perché ciò contribuì alla loro salvezza. Così che il ringraziamento, espressione della fede, ci fa essere attori, ci fa superare e non subire le difficoltà.
Dopo aver mangiato quel pane, sarebbero certo scampati, ma non in un modo facile, perché la nave si sarebbe sfasciata e avrebbero dovuto finire in acqua, per raggiungere la riva, chi a nuoto e chi su tavole di legno. Anche se dobbiamo passare per prove e tribolazioni, la nostra salvezza, comunque, non è in discussione e certamente arriveremo alla meta.
RENDERE GRAZIE CI FA ACCETTARE LA VOLONTA’ DI DIO
La sera precedente il Calvario, Gesù, stando con i Suoi discepoli, prese del pane e lo spezzò e del vino che distribuì agli apostoli, dopo aver rese grazie al Padre.
“E, preso un calice, rese grazie e disse: "Prendete questo e distribuitelo fra di voi; perché io vi dico che ormai non berrò piú del frutto della vigna, finché sia venuto il regno di Dio". Poi prese del pane, rese grazie e lo ruppe, e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me".” (Luca 22:17-19).
Quel rendere grazie per il pane ed il vino, altro non era che un accettare pienamente la volontà di Dio, perché cos’altro rappresentavano questi elementi se non il Suo corpo ed il Suo sangue che avrebbe donato per tutti noi in Croce? Gesù rese grazie, in altre parole, per il Calvario sul quale sarebbe salito nel giorno della nostra salvezza.
Era quella la volontà del Padre ed Egli l’accettò pianamente, anche se ebbe un attimo di esitazione nel Getsemani.
Quando ci troviamo di fronte a cose che non vorremmo fare, a scelte che non vorremmo prendere ma che sappiamo essere la volontà di Dio, rendiamo grazie a Lui in tutte queste cose, perché sarà questo il modo per accettarla pienamente. Rendiamo grazie in tutte quelle cose che non sappiamo capire, nella condizione nella quale ci troviamo, nelle cose che ci fanno soffrire. Accettiamo con gioia dalla mano del Padre ciò che la vita ci riserva o che la Sua mano ci porge. Niente vale di più di fare ciò che Lui vuole.
Il Calvario significò la salvezza del genere umano ma anche l’innalzamento del nostro Salvatore. Perché si abbassò fino alla morte di croce, Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché non Suo nome ogni creatura si inginocchi davanti a Lui. Quel rendere grazie davanti al pane ed il vino avrebbe significato affrontare i momenti terribili del Golgota, ma anche la gioia futura e la gloria che sono riservate per il Messia e per tutti coloro che in Lui hanno confidato e sperato.
Proviamo a ubbidire alla Parola di Dio, e aringraziarLo in ogni cosa. Questa è una sfida che possiamo cogliere ed un’opportunità per vivere una vita veramente benedetta e felice, anche in mezzo a prove e difficoltà.
Antonio Morra
Il tempo perduto
“Infatti, dopo tanto tempo dovreste già essere maestri; invece avete di nuovo bisogno che vi siano insegnati i primi elementi degli oracoli di Dio; siete giunti al punto che avete bisogno di latte e non di cibo solido” (Ebrei 5:12).
“La ricchezza male acquistata va diminuendo, ma chi accumula a poco a poco, l'aumenta” (Proverbi 13:11).
“Poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù. Ora, se uno edifica su questo fondamento oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, l'opera d'ognuno sarà manifestata, perché il giorno di Cristo la paleserà; poiché quel giorno ha da apparire qual fuoco; e il fuoco farà la prova di quel che sia l'opera di ciascuno. Se l'opera che uno ha edificata sul fondamento sussiste, ei ne riceverà ricompensa; se l'opera sua sarà arsa, ei ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo, però come attraverso il fuoco” (I Corinzi 3:11-15).
UN SEMPLICE SEGRETO
Il segreto per ben riuscire nella vita è saper costruire a poco a poco, non facendo mai delle scelte sbagliate che ci porterebbero inevitabilmente a demolire in parte o in tutto ciò che abbiamo in precedenza edificato. Una buona posizione sociale è molto spesso il risultato di tanti virtuosi comportamenti, di sagge decisioni, di impegni portati avanti con costanza. Un cattivo stato, invece, è sovente la conseguenza di passi sbagliati che ci portano prima a fare e poi a disfare ciò che avevamo raggiunto, lasciandoci alla fine sempre nella medesima posizione.
Nel campo spirituale vale la stessa cosa. Da un punto di vista cristiano, siamo il risultato di ciò che abbiamo costruito negli anni, nel bene o nel male, sia positivamente che negativamente, perché ciò che abbiamo fatto in passato è, in definitiva, la causa e la premessa di quello che siamo oggi.
Come le ricchezze materiali ordinariamente non si possano acquistare tutto di un colpo, a meno di un illegale o fortuito arricchimento, allo stesso modo non si può raggiungere una solida esperienza spirituale da un giorno all’altro, in quanto le cose del cielo non sono da meno di quelle della terra.
In tutto questo processo, il tempo ha la sua importanza ma non è l’unica variabile. Insieme ad esso sono fondamentali il nostro percorso, la nostra costanza e fedeltà, la saggezza con la quale edifichiamo bene e costruiamo cose buone, solide, stabili che la prova del fuoco non potranno distruggere.
Spesso, i credenti sprecano il loro tempo e, dopo tanti anni nella fede, sono ancora al punto di partenza. Questo è un rischio reale per ognuno di noi da non sottovalutare, perché gli anni possono passare invano se la nostra condizione attuale è uguale a quella del passato, quanto non addirittura peggiorata.
NON SI PUÒ RECUPERARE IL PASSATO
Il tempo perduto è difficile, quando non impossibile, da recuperare, proprio come avviene nella vita ordinaria. Scelte sbagliate possono portare ad impoverirci più che ad arricchirci, a fare dei passi indietro, più che in avanti, a retrocedere, più che avanzare.
Pensiamo al figliuolo prodigo che lasciò la casa paterna e se ne andò per la sua strada. Il suo fu un momento di sviamento, di sbandamento che gli costò veramente caro. Certo, egli potette ritornare in seguito sui suoi passi e rifare la strada che aveva smarrita, come pure sperimentare nuovamente l’amore del genitore che fu ancora pronto ad accoglierlo, ma non sottovalutiamo le conseguenze che la sua scelta sbagliata produsse e cioè la perdita della sua parte di eredità che aveva oramai sperperata e, pertanto, non più recuperabile. Ritornò in possesso della sua condizione di figlio e non certo di servo, come umilmente aveva sperato, ricevette vesti nuove ed un anello al dito, in segno di perdono e di appartenenza al casato, fu l’oggetto della gioia del padre attraverso la festa che gli fu dedicata, ma la parte dei suoi beni era oramai andata per sempre perduta.
Il tempo perduto non si può quasi mai recuperare, perché le conseguenze delle nostre scelte sbagliate, dei nostri comportamenti scorretti e perfino delle nostre parole non buone, producono situazioni che non si possono più cambiare. Possiamo certo confidare nel perdono divino, nell’amore del Padre celeste ma, se abbiamo costruito male, ritroveremo esattamente ciò che abbiamo edificato.
“Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio; perché quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà” (Galati 6:7).
LOT: L’AMORE DEL MONDO CI FA PERDERE TUTTO
Quando pensiamo a Lot, non è difficile vedere in lui un credente che ha perduto e sprecato il suo tempo. Fino a ché era stato con Abramo, le cose gli erano andate bene. Infatti, si era arricchito tanto da poter competere economicamente con lo stesso zio. Ma quando si separò da lui, non avendo più al suo fianco una sana guida spirituale, si lasciò andare alle sue aspirazioni di avvicinarsi sempre di più a Sodoma e alla pianura nella quale era situata- Decise infine di stabilirvisi per sempre.
Dopo un primo periodo di soddisfazione per quanto aveva raggiunto, iniziò però ben presto a tormentarsi l’anima per il comportamento scellerato di quella gente, ma oramai era troppo tardi per tornare indietro. La moglie si era lasciata attirare completamente dal benessere e dal modo di vivere di quella città; le figlie si erano sposate con uomini del posto. Si era oramai compromesso, perché situazioni sbagliate, scelte errate portano sempre conseguenze che non si possono più correggere.
Grazie all’intercessione dello zio, fu salvato dal giudizio su Sodomia, anche se le tragiche conseguenze delle sue decisioni rimasero. Perse la moglie, due delle quattro figlie e tutto ciò che possedeva, non gli rimase più nulla. Lot è perciò diventato la figura di un credente che viene salvato in estremo, come attraverso il fuoco, la cui opera sarà completamente arsa e non gli resterà nient’altro che una stentata ed appena sufficiente salvezza.
Egli non avrebbe più potuto recuperare il tempo perduto e ritornare alle benedizioni di un tempo, quando si trovava insieme ad Abramo. Era oramai troppo tardi. Di lui si perde quindi la memoria e non se ne sa più niente, mentre di Abramo, che grazie alla fedeltà al Signore divenne sempre più ricco e benedetto, leggiamo la fede, le conquiste, i successi che gli vengono riservati.
GIONA: LA DISUBBIDIENZA CI FA PERDERE TUTTO
Se Lot ci parla del tempo perduto a causa di scelte sbagliate e dell’amore per le cose del mondo, Giona, invece, è la testimonianza di come il tempo si possa perdere disattendendo alla volontà di Dio per la nostra vita ed alle nostre responsabilità.
“La parola del Signore fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, in questi termini: "Alzati, va'aNinive, la gran città, e proclama contro di lei che la loro malvagità è salita fino a me". Ma Giona si mise in viaggio per fuggire a Tarsis, lontano dalla presenza del Signore. Scese a Iafo, dove trovò una nave diretta a Tarsis e, pagato il prezzo del suo viaggio, si imbarcò per andare con loro a Tarsis, lontano dalla presenza del Signore” (Giona 1:1-3).
Il profeta non arrivò mai a Tarsis, la città dove aveva pensato di ricostruirsi una vita lontano dalla presenza di Dio e dalle sue responsabilità spirituali. Si era fatto le valigie in modo di trasferirsi in un posto abbastanza lontano dove poter vivere come gli pareva meglio, facendo la sua volontà piuttosto che quella del Signore. Ma la sorte gli fu avversa e una terribile tempesta lo colse insieme alla nave che lo ospitava, così il suo viaggio si infranse miseramente sul fondo dell’abisso.
Perse il suo tempo perché il suo disattendere alla perfetta volontà di Dio non lo portò da nessuna parte. Volerci liberare del giogo dolce di Cristo non significa trovare libertà, piuttosto attirarsi circostanze avverse che faranno naufragare tutti i nostri sogni e progetti di indipendenza.
Sicuramente l’infausta scelta lo avrebbe portato a una fine terribile se, all’ultimo momento, non si fosse accorto del suo grave errore, riconoscendo pubblicamente di aver sbagliato. Dettò perciò egli stesso ai marinai il rimedio perché fossero liberarti dalle conseguenze nelle quali il suo peccato li aveva coinvolti insieme agli altri passeggeri, ovvero buttarlo in mare.
Senza questa confessione e questa piena assunzione di responsabilità e di ciò che ne conseguiva, non avrebbe avuto scampo alcuno.
Quindi un pesce, mandato dall’Eterno, salvò il profeta da morte sicura. Ciononostante, egli perse tutto ciò che aveva portato con sé in quel naufragio. Il suo bagaglio, i suoi risparmi, quanto possedeva, restarono tutti su quella nave in viaggio per Tarsis e non li potè mai più recuperare.
Non si era arricchito con le sue scelte, con la sua ribellione, piuttosto si era impoverito, perché solo chi accumula a poco a poco attraverso una vita ubbidiente alla volontà di Dio aumenta la sua esperienza di fede e la sua ricchezza spirituale.
Dirà più tardi l’apostolo: “Perché noi non possiamo nulla contro la verità; quel che possiamo è per la verità” (II Corinzi 13:8).
Giona, Lot il figlio prodigo, furono certo salvati, ma come attraverso il fuoco, in quanto avevano perduto il loro tempo che non poterono più recuperare.
IL RISCHIO CHE CORRIAMO
Anche noi un giorno dovremo presentarci davanti alla presenza di Dio e varrà il principio dettato da Cristo: “… perché a chi ha sarà dato; ma a chi non ha, anche quel che pensa d'avere gli sarà tolto” (Luca 8:18).
Il rischio che tutti corriamo è doverci presentare un giorno davanti al giusto Giudice a mani vuote, avendo sprecato il nostro tempo. Non solo, perciò, aver condotto una vita di stenti e di difficoltà, sempre sommersa da guai e sventure causate dalle nostre scelte sbagliate, ma anche ritrovarci un giorno senza niente nella gloria di Dio.
“E se il giusto è appena salvato, dove comparirà l'empio e il peccatore?” (I Pietro 4:18).
Allora fermiamoci mentre siamo in tempo. Non è necessario per forza ritrovarsi a pasturare i porci come il prodigo prima di comprendere l’amore del Padre celeste e tornare così a Lui. Non dobbiamo necessariamente stabilirci a Sodoma e lì tormentarci continuamente l’anima, per poi sperare di essere salvati come attraverso il fuoco per la misericordia divina. Non dobbiamo nemmeno obbligatoriamente imbarcarci verso Tarsis per poi arrivare all’ultimo minuto ad essere tirati per i piedi da una fine sicura.
Prima di tutto questo, prima di scelte sbagliate, prima di ribellarci alla volontà di Dio e di perdere il nostro tempo senza più possibilità di recupero, cominciamo a fare giusti passi, piccoli ma costanti avanzamenti nella volontà di Dio e a costruiamoci un buon deposito, un tesoro nel regno dei Cieli.
“La ricchezza male acquistata va diminuendo, ma chi accumula a poco a poco, l'aumenta” (Proverbi 13:11).
Antonio Morra
Superbia spirituale ed umiltà
I SAMUELE CAP. 1
DUE CREDENTI A CONFRONTO
Anna, colei che sarà la futura mamma del profeta Samuele, era una donna sterile, che non aveva potuto dare una progenie a suo marito Elkana, col quale, quindi, viveva un rapporto tinto a tratti da note di dispiacere e di tristezza, a causa dellimpossibilità di renderlo pienamente felice.
Notiamo come anticamente la sterilità veniva percepita come una sorta di maledizione: Tu sarai benedetto più di tutti i popoli, e non ci sarà in mezzo a te né uomo né donna sterile, né animale sterile fra il tuo bestiame (Deuteronomio 7:14).
Per contro Peninna, laltra moglie di Elkana, aveva diversi figli e, proprio per questo, mortificava continuamente la sua rivale, facendole pesare la sua sterilità.
Queste due donne ben rappresentano due tipologie di credenti in seno alla chiesa del Signore. Anna, in particolare, identifica un cristiano che allapparenza mostra delle carenze, delle deficienze e che, pertanto, non può far valere o mostrare la sua spiritualità.
Pensiamo a quando la famiglia al completo si recava per adorare il Signore a Sciloh: Peninna si presentava circondata da bambini che attestavano il favore divino su di lei, mentre Anna si mostrava sola con tutto limbarazzo della sua solitudine e della sua evidente e umiliante sterilità. Non a caso loccasione migliore per mortificare la donna, la rivale laveva proprio quando ogni anno si recavano al tempio. Quello era il momento giusto per mostrare quanto essa fosse più benedetta da Dio rispetto ad Anna.
Facciamo attenzione a quando ci rechiamo nella casa del Signore, poiché quello potrebbe essere il momento in cui possiamo maggiormente ostentare la nostra presunta spiritualità, attraverso atteggiamenti, parole, preghiere o testimonianze tese, più che a glorificare Dio, a mettere in mostra noi stessi, anche senza accorgercene.
Lo stesso sacerdote Eli poteva essere tratto in inganno osservando la numerosa prole di Peninna e lassoluta mancanza di figli di Anna, cosa che lo avrebbe potuto portare a conclusioni superficiali che, in realtà, non corrispondevano al vero.
Ad uno sguardo approssimativo, Peninna ci sembra in un rapporto di maggior favore rispetto ad Anna, in quanto ciò che si può vedere con gli occhi fisici gioca senzaltro a suo favore. Ma guardando bene, notiamo quale spirito superbo animasse la prima e quanto orgoglio le riempissero il cuore, mentre vediamo bensì quale umiltà e quali buoni sentimenti si trovino nella seconda, nonostante la sua sterilità.
Anna, non reagiva alle provocazioni della rivale quando veniva mortificata; piuttosto manifestava tutto il suo dolore in se stessa, piangendo e non mangiando più. Soffriva dentro di sé fino al punto da rifiutare perfino il cibo. Sarebbe stato naturale provare del rancore, contrastare le provocazioni ricevute, diventando sempre più cattiva per il male subito. Invece niente di tutto questo.
Pensiamo a Sara, la moglie di Abramo, a come si comportò verso la sua serva Agar:
Quando s'accorse ch'era incinta, guardò la sua padrona con disprezzo. E Sarai disse ad Abramo: "L'ingiuria fatta a me, ricade su te. Io t'ho dato la mia serva in seno; e da che ella s'è accorta ch'era incinta, mi guarda con disprezzo. L'Eterno sia giudice fra me e te". E Abramo rispose a Sarai: "Ecco, la tua serva è in tuo potere; fa' con lei come ti piacerà". Sarai la trattò duramente, ed ella se ne fuggì da lei (Genesi 16:4-6).
Che differenza, quale reazione portò Sara a vendicarsi della sua serva che non aveva perso loccasione per disprezzare la sua padrona. Vediamo, invece, in Anna un chiaro esempio di Gesù: Che, oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; che, soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di Colui che giudica giustamente (I Pietro 2:23).
Ci sembra di scorgere nel rapporto tra queste donne quanto avvenne in casa di Simone il Fariseo. Sebbene da un punto di vista umano, questuomo si presentasse a posto e fosse certamente migliore della donna peccatrice, che si recò proprio in casa per piangere e mostrare il suo pentimento ai piedi del Maestro, in realtà la sua fredda accoglienza nei riguardi del Signore ben rivelava i sentimenti di orgoglio e di superbia che lo animavano. Talché, quello che lui non fece, lo mise in atto quella misera donna, in un modo che Simone non avrebbe mai pensato di fare.
Quanto apprezzò il Salvatore lazione sia di ravvedimento che di devozione e amore che ella pose in essere e che le valsero il perdono dei propri numerosi peccati. Proprio in quelloccasione Egli affermò che chi poco ha peccato, poco ama.
Peninna somiglia a Laodicea, la chiesa dellApocalisse che si sentiva ricca ed arricchita, senza bisogno di nulla, nei confronti della quale il Risorto emise il terribile giudizio: Ti vomiterò dalla mia bocca.
Anna ci appare invece come la chiesa di Smirne alla quale dice: Io conosco la tua tribolazione e la tua povertà (ma pur sei ricco) (Apocalisse 2:9).
Proprio nel libro dellApocalisse, Gesù si presenta come colui che scruta il cuore ed i reni. Egli vede perfettamente ciò che è dentro di noi, come vedeva ciò che si trova in Peninna o che anima Anna, nonostante le apparenze e le apparenti contraddizioni; Egli va al di là di quello che lo sguardo umano può conoscere e capire, al di làdi ciò che ci trae tante volte in errore.
UNA DIMOSTRAZIONE PRATICA
Ma, è bene notare, seguendo lo sviluppo della storia come quello che cè nel cuore delluna o dellaltra vengano immancabilmente fuori. Alla fine e con il passare del tempo, i fatti dimostreranno quello che noi siamo realmente, perché Non cè nulla di nascosto che non abbia a venire alla luce, dice il Signore.
Le parole, gli atteggiamenti, la prosopopea, la boria e lorgoglio di Peninna vengono fuori nonostante la sua condizione di favore e la sua presunta spiritualità; quello che ha nel cuore viene alla luce perché la bocca parla di ciò che sovrabbonda nel cuore, come afferma il divino Maestro.
Inoltre per la sua mente non passa mai, neppure per un momento, lidea di consacrare uno dei suoi tanti figli al Signore. Piuttosto, tiene gelosamente per sé quello che rappresenta la benedizione divina, la quale diviene, anziché unoccasione di liberalità, un modo per accreditare solo se stessa, da ritenere egoisticamente.
Anna, al contrario, prega e riceve risposta alla sua preghiera. Ma quando nasce il bambino, decide da subito di consacrarlo a Dio, anche se è lunico figlio che ora possiede. Ora che finalmente aveva avuto una prole, quanto più avrebbe dovuto tenersela gelosamente! Invece dona il piccino senza alcuna esitazione, dimostrando che non è attaccata ai beni che Dio le ha provveduto, ma di avere un cuore grande e generoso.
Tornando a Simone il Fariseo, notiamo che anche lui non diede niente al Signore, nemmeno un poco dacqua per il lavaggio dei piedi (quanta avarizia!). La peccatrice, invece, rompe il suo prezioso vasetto di profumo che costituiva la sua dote nuziale.
Cè una spiritualità farisaica che non solo è fredda ma è anche avara e, per questo, meschina; ma ce ne una che, sebbene poco visibile e ostentata, sebbene povera e di poco valore, è generosa ed è capace di decisioni coraggiose.
Se Samuele fu un grande profeta, è altresì vero che Anna fu una grande donna di Dio. E chissà se la chiamata di questuomo non fosse proprio il risultato della fede e della consacrazione della madre!
UN FINALE CAPOVOLGIMENTO
Un giorno Dio saprà ricompensare ciascuno secondo la sua fede e le sue opere, secondo i sentimenti che hanno mosso la propria vita e quelle opere che essa ha prodotto. Lì nessuno potrà ingannarLo con false apparenze, perché è scritto che Dio non si può beffare.
E ciò ben appare evidente nella nostra storia. Anna dona con gioia Samuele, ma il Signore non è mai in debito con nessuno ed onora la sua fede e la sua generosità. Infatti leggiamo nel capitolo seguente: E l'Eterno visitò Anna, la quale concepì e partorì tre figliuoli e due figliuole (2:21). Mentre è probabile che Peninna fosse successivamente diventata sterile, in quanto Anna stessa ci sembra nella sua preghiera suggerirci questa testimonianza: La sterile partorisce sette volte, ma la donna che aveva molti figli diventa fiacca (2:5).
Se possiamo ravvisare in qualche modo in noi atteggiamenti o pensieri come quelli di Peninna, facciamo attenzione e chiediamo subito perdono al Signore, affinché un giorno non ci allontani per sempre dalla Sua presenza e preghiamo che ci liberi da ogni sentimento di giudizio verso gli altri e di orgoglio spirituali.
Se invece ci sentiamo come Anna, se vi è una situazione di sterilità, se vi è qualcosa che ci mortifica e ci squalifica, penalizzandoci davanti al nostro Dio, armiamoci della sua stessa fede ed umiltà, perché il nostro Padre celeste sa cambiare il male in bene e può fare di noi, nonostante le nostre deficienze, degli strumenti nelle Sue mani che possano servire, come lo fu per Anna, per la Sua gloria e per la buona riuscita dei Suoi eterni e perfetti piani.
Dio ci benedica!
Antonio Morra
Gli operai delle diverse ore
“Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch'essi un denaro per ciascuno.
Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo:
Questi ultimi hanno fatto un'ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo.
Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro?
Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest'ultimo quanto a te.
Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?
Cosí gli ultimi saranno primi e i primi ultimi"(Matteo 20:10-16).
Notiamo dalle parole di questa Parabola che non tutti gli operai vennero presi a lavorare alla prima ora perché, evidentemente, non tutti si erano presentati all’inizio della giornata lavorativa. Gli altri si erano recati sulla piazza successivamente, alle più svariate ore. Ci domandiamo: come mai?
Forse perché si erano svegliati tardi, quando oramai i datori di lavoro avevano già assunto il personale necessario, magari perché erano persone pigre, che amavano riposare più del dovuto.
Si erano trovati perciò disoccupati ad aspettare sulla piazza, in ozio e, probabilmente, chiacchierando fra di loro, perdendo il tempo in discorsi inutili o dannosi.
Per contro, i primi, anche se a prima istanza sembravano più volenterosi degli altri, si mostrarono egoisti e non animati da buoni sentimenti. Erano pronti alla critica perché credevano di essere migliori degli altri, di meritare di più, di essere più bravi dei loro colleghi. Guardavano i lavoratori arrivare con ritardo e chissà quante brutte cose pensavano sul loro conto. Erano pronti al giudizio verso i simili e pieni di autostima verso se stessi.
Questo ci mostra come i pericoli di chi è spiritualmente inoperoso sono l’ozio, la chiacchiera ed il perdersi in cose futili, mentre quelli di chi è diligente sono a volte il sentirsi migliore dei propri simili e guardare il prossimo con un certo sentimento di superiorità, di giudizio e forse perfino di condanna.
Gli uni e gli altri, chiaramente, sbagliavano, in un modo o nell’altro.
Solo il padrone agì più che correttamente perché, forse per incoraggiare gli operai delle ore successive, li retribuì più di quello che meritavano. Mostrò così tutta la sua giustizia e la sua benignità
Scriverà l’apostolo Paolo a proposito del fatto che sia gli Ebrei che tutto il resto degli uomini sono in difetto davanti a Dio e che nessuno può ottenere da Lui alcunché se non per grazia soltanto:
“Perché i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento. Poiché, siccome voi siete stati in passato disubbidienti a Dio ma ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, così anch'essi sono stati ora disubbidienti, onde, per la misericordia a voi usata, ottengano essi pure misericordia. Poiché Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti. O profondità della ricchezza e della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi, e incomprensibili le sue vie! … A lui sia la gloria in eterno. Amen”(Romani11:29-36).
Vogliamo quindi considerare queste due categorie di lavoratori, quelli della prima e quelli di tutte le altre ore, e vederli come due modi di essere e di rapportarsi con Dio.
Notiamo che il padrone della vigna si accorda con i primi per un danaro al giorno, mentre con i successivi per una paga che ritiene “giusta”, cioè senza concordare una cifra precisa. La prima era frutto di un contratto ben stabilito, la seconda dipendeva solo dalla sua discrezione.
I primi andarono nella vigna sulla base di una retribuzione pattuita, la quale dipendeva dal loro impegno e dall’onorare i patti fissati, cioè lavorare con profitto per tutto il tempo richiesto. In altre parole, il loro salario veniva concesso sulla base della loro opera che doveva corrispondere a quanto era stato dal padrone richiesto, possiamo quindi dire sulla base della propria giustizia. Ciò somiglia molto a una salvezza mediante le proprie opere, cioè a una giusta retribuzione conseguenza di quello che si è fatto.
Gli altri, invece, vennero retribuiti non sulla base di quello che meritavano, ma in virtù della misericordia del padrone che, essendo buono, fece loro grazia dando la retribuzione piena che spettava solo a condizione di aver fatto tutta la sua volontà. Non c’è proporzione tra ciò che fecero e quello che percepirono, perché solo la grazia del padrone supplì e colmò questa misura, nonostante il loro demerito, e questo somiglia tanto ad una salvezza frutto dell’amore e del dono di Dio.
Ci sembra di cogliere nel “mormorare” dei primi lavoratori contro il padrone la critica mossa da Simone il fariseo nei confronti di Gesù: “Il fariseo che lo aveva invitato, veduto ciò, disse fra sé: "Costui, se fosse profeta, saprebbe che donna è questa che lo tocca; perché è una peccatrice” (Luca 7:39).
Egli credeva di essere più giusto di quella donna perché pensava di aver fatto la volontà di Dio o, ritornando alla nostra parabola, di essere come quelli che erano andati subito a lavorare nella vigna. Ma Gesù non solo dimostrò con la parabola dei due debitori che si sbagliava, in quanto e l’uno e l’altro avevano contratto un debito, grande o piccolo che fosse, ma pose la peccatrice su un piano addirittura superiore, perché ella dimostrò per Cristo un amore profondo e sincero che il fariseo non conosceva affatto.
Lo stesso mormorio nei confronti del Signore lo troviamo anche a causa di Zaccheo il pubblicano, in casa del quale Egli chiese di entrare:
“Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: "E andato ad alloggiare in casa di un peccatore!" Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: "Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo". Gesú gli disse: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d' Abraamo; perché il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto"” (Luca 19:7-10).
La risposta di Zaccheo, da sola, mise a tacere tutti quei mormoratori, perché dimostrava come Gesù avesse ben visto in lui un peccatore pronto a ravvedersi e a riparare al male fatto, per poi accoglierLo non solo nella sua casa, ma nella sua stessa vita.
Il peccato dei lavoratori delle diverse ore era la negligenza, la superficialità, l’essersi lasciati andare a se stessi, avendo sprecato una giornata, o possiamo dire, più in generale, una vita, nell’ozio e in cose improduttive e dannose. E questo ci parla di coloro che vivono lontano da Dio e si perdono in cose dannose e in una vita senza scopo e senza senso.
Quello degli altri, i primi ad essere andati nella vigna, è il non avere avuto buoni sentimenti, non essere stati misericordiosi verso gli altri, guardandoli con occhio maligno, arroganza e superiorità, e perfino quello di mormorare addirittura contro Dio, nei confronti del quale credono di essere a posto, integerrimi, irreprensibili, mentre non riescono nemmeno a scorgere il male che si annida dentro al loro cuore a causa della cieca e falsa spiritualità, piena di superbia e vanagloria, che li contraddistingue. E questo ci suggerisce invece il peccato meno facilmente individuabile nel quale cadono spesso i religiosi e chiunque si crede a posto davanti a Dio.
I primi criticarono il padrone, ritenendo di aver subito un torto che non c’era assolutamente stato e, probabilmente, non furono nemmeno più presi nei giorni successivi a lavorare, perché a loro il padrone disse: “Prendi il tuo e vattene”. Ci sembrano queste parole un congedamento definitivo ed un allontanamento da ogni speranza futura di rapporto di dipendenza da lui.
Ma gli altri, sorpresi per la paga inaspettata ed immeritata ricevuta, si mostrarono grati verso il signore della vigna per la misericordia usata nei loro confronti e gli rimarranno grati e riconoscenti per la sua bontà. Rimasero meravigliati per il trattamento ricevuto e pensarono in se stessi come è scritto in Giobbe: “Ed egli canterà tra la gente e dirà: Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo”(Giobbe 33:27).
Il padrone disse alla fine: “Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?”.
Certo che poteva fare del suo ciò che voleva e non doveva dar conto a nessuno. E’ stato proprio così: Dio ha voluto, ha determinato nel Suo eterno consiglio, che i peccatori fossero salvati mediante la grazia che è in Cristo Gesù.
“In quanto che Iddio riconciliava con sé il mondo in Cristo non imputando agli uomini i loro falli, e ha posta in noi la parola della riconciliazione” (II Corinzi 5:19).
Questa è stata la Sua volontà e noi non sapremo e non potremo mai spiegarcelo, perché “Egli ci ha salvati non per opere giuste che noi avessimo fatto, ma secondo la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo” (Tito 3:5).
E tutto questo perché Dio è buono, misericordioso e compassionevole verso il peccatore.
Così, alla fine, gli ultimi saranno primi ed i primi ultimi, perché gli ultimi sanno di non poter pretendere niente, che non hanno meriti e che possono dipendere solo dalla grazia del loro signore. Allo stesso modo gli ultimi della società, i peggiori, quelli ritenuti tali, proprio per la loro più facile propensione a riconoscere il proprio peccato ed a ravvedersi, sonospesso
primi ed entreranno nella gloria mentre gli altri in molti casi non vi entreranno affatto.
“… E Gesú a loro: "Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio” (Matteo 21:31).
Il Signore ci dia grazia di non somigliare mai agli operai della prima ora se non nel loro zelo e pronta disponibilità; di non sentirci mai a posto e di non pretendere, né, tanto meno, arrivare, anche indirettamente, a mormorare contro di Lui.
Ci dia anche, pur non imitando la loro pigrizia e oziosità, lo stesso sentimento di gratitudine degli operai delle ore successive e la consapevolezza che non meritiamo nulla, ma che tutto quello che abbiamo lo dobbiamo solo alla Sua perfetta grazia.
Antonio Morra
La pagliuzza e la trave
Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello, mentre n scorgi la trave che è nell'occhio tuo? O, come potrai tu dire a tuo fratello: Lascia che io ti tolga dall'occhio la pagliuzza, mentre la trave è nell'occhio tuo? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per trarre la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello (Matteo 7:3-5).
LA PAGLIUZZA E LA TRAVE
Da una lettura poco attenta di questi versi, sembrerebbe che il Signore stia dicendo che nel nostro occhio cè sempre una trave, mentre in quello degli altri solo una pagliuzza. In realtà, chiunque legge queste parole, essendo il soggetto al quale la Parola di Dio si rivolge in quel momento, si trova ad essere nella condizione della trave e gli altri in quella della pagliuzza. Non è quindi un riferimento personale, ma universale, perché vale per tutti. Quindi, nel momento in cui siamo i diretti destinatari della Parola (i lettori), ci troviamo ad essere tra coloro che devono confrontarsi non con una pagliuzza, ma con una trave. Gesù infatti mette in risalto che il problema del quale soffriamo, riguardandoci molto da vicino, assume contorni più gravi di quello che potrebbero essere, e, pertanto, acquisisce una dimensione ancora maggiore.
Io potrei soffrire di un semplice mal di testa, mentre un altro di un male ben più grave. Ma, toccandomi personalmente, quel semplice malore mi ostacola nelle mie normali attività e diventa un intoppo che mi causa difficoltà. Gesù sta mettendo in rilievo proprio questo quando parla della trave che è nel nostro occhio, al di là del fatto che il nostro male sia minore o maggiore di quello del fratello.
In effetti nel nostro occhio, come pure in quello degli altri, non ci dovrebbe mai essere una trave, perché questa è la condizione che riguarda gli increduli, ai quali liddio di questo secolo ha accecato le menti, affinché non credano allEvangelo (II Corinzi 4:3-4). Una trave posta in un occhio, infatti, produce una devastazione ed una conseguente cecità assoluta. Ma i figli di Dio non sono più accecati, perché hanno avuto la luce della grazia che illumina il loro cammino.
Il nostro problema non è e non dovrebbe mai essere una trave, altrimenti se così fosse non si potrebbe nemmeno parlare di credenti; invece è una pagliuzza, piccola o grande che sia, che produce comunque una menomazione spirituale e non ci permette di avere una visione equilibrata del problema nostro e di quello dei nostri simili. Quindi, occorre porre attenzione al proprio problema e cercare di risolvere con laiuto divino.
LA PAGLIUZZA: UNA PICCOLA COSA
Vi sarà mai capitato di trovarvi allimprovviso un moscerino o un piccolo oggetto estraneo nellocchio? Questo vi ha procurato un grande fastidio, tanto che non riuscivate più a vedere momentaneamente quello che vera intorno. Ciò perché era stato toccato un lato estremamente sensibile del nostro corpo. Magari quel piccolo oggetto non era nemmeno proporzionato alla dimensione del fastidio procuratoci, eppure quanti problemi ci ha causato!
Probabilmente, la chiesa oggi non erra in grandi cose, anche se ciò in singoli casi può avvenire, ma nel suo insieme difetta più verosimilmente in minime mancanze: semplici pagliuzze. Piccole cose, però, causano grandi difficoltà.
Gli oggetti di valore si distinguono spesso nei dettagli, nei particolari che definiscono il livello qualitativo di un prodotto o di unopera. Allo stesso modo, una chiesa di qualità, fedele al Signore, consacrata al Suo servizio, si differenzia proprio nella fedeltà nelle piccole cose.
Pigliateci le volpi, le volpicine che guastano le vigne, poiché le nostre vigne sono in fiore! (C. dei Cantici 2:15).
Sono le piccole cose che limitano fortemente la visione di una chiesa, come una piccola pagliuzza, una volta entrata nel nostro occhio, non ci fa vedere temporaneamente più niente.
Così non riusciamo a scorgere i problemi del mondo, il bisogno di salvezza che ha. Siamo stati colpiti in un punto sensibile e tutto il nostro corpo ne ha risentito. Non riusciamo a capire nemmeno i nostri stessi problemi, perché non vediamo come dovremmo.
Non comprendiamo quello che ci succede intorno, né i tempi che stiamo vivendo, come pure come tutto si affretta verso il ritorno del Signore. La nostra vista viene limitata, la Parola profetica più ferma non illumina più sufficientemente il nostro sentiero a causa della nostra infermità.
Allora dobbiamo ascoltare il consiglio del Signore: togliere ciò è causa di intoppo ed inciampo, anche se quei problemi non ci sembrano tanto gravi e le cose che trascuriamo così significative. In realtà quelle piccole pagliuzze sono diventate delle vere e proprie travi, che ci stanno causando non poche difficoltà.
TOGLIERE LA PAGLIUZZA
Trai dallocchio tuo la trave, è il consiglio di Cristo.
Se si tratta di una trave vera e propria, tanto è scaduto il nostro cammino, allora bisogna farlo ancora maggiormente, perché la cosa sarebbe veramente grave e pericolosa. Ma anche in questo caso è ancora possibile intervenire, cioè nelleventualità che il nostro problema fosse così grande, altrimenti il Signore non avrebbe detto. Trai dallocchio tuo la trave.
La cosa più grave è che a volte, pur avendo una trave nellocchio, invece di preoccuparci per il nostro male, ci permettiamo di criticare gli altri, senza pensare che siamo proprio noi a vivere in uno stato che non piace a Dio. Anzi, la critica sembra più frequentemente provenire proprio da chi soffre di gravi problemi spirituali.
Dobbiamo invece mettere a posto la nostra vita col Signore e farlo il prima possibile. Qualsiasi altra cosa faremo e penseremo in una situazione del genere, significherebbe non solo sbagliare, ma anche metterci in una condizione di ipocrisia . Prima dobbiamo sistemare la nostra vita con laiuto di Dio, senza indugiare sul nostro peccato, senza scusarlo, giustificarlo.
Trai prima la trave, ovvero prima di fare qualsiasi altra cosa, fermati, aspetta, e dai un taglio con le cose che ti hanno fatto errare e ravvediti. Questo sta dicendo il Signore in altre parole.
Non si trovava la chiesa di Laodicea in una situazione simile? Ad essa il Salvatore consigliò:
Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente! Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo. Perciò io ti consiglio di comperare da me dell'oro purificato dal fuoco, per arricchirti; e delle vesti bianche per vestirti e perché non appaia la vergogna della tua nudità; e del collirio per ungerti gli occhi e vedere (Apocalisse 3:17-18).
Efeso aveva sopportato molte cose per amor del Signore, Pergamo era restata fedele nonostante la persecuzione ed il martirio di Antipa, ma Laodicea non aveva affrontato alcuna persecuzione, piuttosto era vissuta nel benessere e nella ricchezza, tanto che non sentiva nemmeno più il bisogno di dipendere da Dio. Pensava di essere ricca, ma era in realtà povera; credeva di vedere, ma era cieca.
Nessuna chiesa dellApocalisse rappresenta i nostri tempi meglio di Laodicea. Sembra essere lo specchio perfetto in cui si riflette limmagine dei credenti di oggi.
Il problema di Laodicea era non essersi preoccupata di togliere la pagliuzza dal proprio occhio e, a poco a poco, quella semplice pagliuzza era diventata una trave così grande da renderla completamente cieca.
Le cose stanno così anche per noi: se non provvediamo a liberarci dalla nostra pagliuzza, linfezione si stenderà sempre di più, finché non riusciremo più a vedere niente.
LE LACRIME
Quando un corpo estraneo entra nel nostro occhio, subito come reazione incomincia a lacrimare. Le lacrime sono un rimedio naturale che serve non solo a disinfettare e ad neutralizzare un moscerino o un altro insetto, ma anche a portarlo fuori dal globo oculare stesso. Più le lacrime sono abbondanti e più facilmente ci sarà un efficace ristabilimento.
Senza lacrime, senza pianto, senza sofferenza ed un vero ravvedimento, nessuna pagliuzza, nessun moscerino, nessuna impurità e, diciamolo pure, peccato o trave che sia potrà essere respinto dal nostro cuore.
Le lacrime implicano dolore, pentimento, rammarico, tristezza secondo Dio, che è salutare e benefica e porta poi un pacifico frutto di conversione.
Oggi la chiesa vuole ridere e non piangere, gioire e non soffrire, divertirsi e non rammaricarsi, ed è per questo che tollera il male, piccolo o grande che sia, lo giustifica, lo squalifica e lo declassa, chiamandolo con un altro nome e facendogli perdere tutta la sua pericolosità e negatività.
Senza lacrime non vè cambiamento. Cosa dice il Signore tramite il profeta Gioele?
Disperatevi, agricoltori, piangete, viticoltori, a causa del grano e dell'orzo, perché il raccolto dei campi è perduto .. Vestitevi di sacco e piangete, o sacerdoti! Urlate, ministri dell'altare! Venite, passate la notte vestiti di sacco, ministri del mio Dio! perché l'offerta e la libazione sono scomparse dalla casa del vostro Dio. Proclamate un digiuno, convocate una solenne assemblea! Riunite gli anziani e tutti gli abitanti del paese, nella casa del Signore, del vostro Dio, e gridate al Signore! (Gioele 1:11-14).
Questa fu la premessa perché avvenisse un vero risveglio e sarebbe stata possibile la successiva benedizione pentecostale:
"Dopo questo, avverrà che io spargerò il mio Spirito su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni (cap. 2 v. 28).
Da più parti si invoca un risveglio, si prega per un risveglio, si predica circa il bisogno di un risveglio, ma fintantoché la chiesa non verserà le sue lacrime di ravvedimento, finché non toglierà la pagliuzza dal suo occhio attraverso un profondo cercare il Signore con pianti, ciò resterà solo un desiderio che non si realizzerà!
Di Timoteo, Paolo ricordava il suo animo sensibile, che sapeva piangere e, per questo, era così vicino a Dio:
Io rendo grazie a Dio ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere giorno e notte, bramando, memore come sono delle tue lacrime, di vederti per esser ricolmo d'allegrezza. Io ricordo infatti la fede non finta che è in te (II Timoteo 1:3-5).
Timoteo era un credente che sapeva piangere, ma alla chiesa di oggi spesso piace solo ridere; ed è questo il motivo per cui la sua fede sta sempre di più scemando.
Riusciamo a scorgere la pagliuzza o, peggio ancora, la trave che è nel nostro occhio? Allora ricorriamo al Signore con lacrime, presentiamoci a Lui con pianti.
Non fu il pianto della peccatrice, col quale rigò i piedi del Salvatore, che commosse il Suo cuore e le accordò il Suo perdono?
Scriveva il salmista: Io sono esausto a forza di gemere; ogni notte inondo di pianto il mio letto e bagno di lacrime il mio giaciglio (Salmo 6:6).
Sono le nostre lacrime, espressione di un vero ravvedimento, di una fede sincera, non finta, che muovono il braccio di Dio, ed Egli le ricorda tutte, e le raccoglie negli otri del cielo.
Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime negli otri tuoi; non sono esse nel tuo registro? (Salmo 56:8).
Concludiamo con le parole di Paolo ai Corinzi, le quali dimostrano come la loro tristezza, il loro pianto, avevano prodotto un grande ravvedimento che aveva rallegrato non solo il cuore dellapostolo, ma, molto più, quello di Dio stesso:
Egli ci ha raccontato la vostra bramosia di noi, il vostro pianto, il vostro zelo per me; ond'io mi son più che mai rallegrato. Poiché, quand'anche io v'abbia contristati con la mia epistola, non me ne rincresce; e se pur ne ho provato rincrescimento (poiché vedo che quella epistola, quantunque per un breve tempo, vi ha contristati), ora mi rallegro, non perché siete stati contristati, ma perché siete stati contristati a ravvedimento; poiché siete stati contristati secondo Iddio, onde non aveste a ricevere alcun danno da noi. Poiché, la tristezza secondo Dio produce un ravvedimento che conduce alla salvezza, e del quale non c'è mai da pentirsi; ma la tristezza del mondo produce la morte. Infatti, questo essere stati contristati secondo Iddio, vedete quanta premura ha prodotto in voi! Anzi, quanta giustificazione, quanto sdegno, quanto timore, quanta bramosia, quanto zelo (II Corinzi 7:7-11).
Antonio Morra
Donne ai piedi di Gesù
Vogliamo considerare lesperienza di tre donne che si prostrarono ai piedi di Gesù in diverse circostanze e per diversi motivi, anche se due di queste, in realtà, sono la stessa persona, e vogliamo scoprire cosa ognuna di essa ha da dire ed insegnare ad ognuno di noi.
PER RICEVERE PERDONO
Uno dei farisei lo invitò a pranzo; ed egli, entrato in casa del fariseo, si mise a tavola. Ed ecco, una donna che era in quella città, una peccatrice, saputo che egli era a tavola in casa del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato; e, stando ai piedi di lui, di dietro, piangendo, cominciò a rigargli di lacrime i piedi; e li asciugava con i suoi capelli; e gli baciava e ribaciava i piedi e li ungeva con l'olio. Il fariseo che lo aveva invitato, veduto ciò, disse fra sé: "Costui, se fosse profeta, saprebbe che donna è questa che lo tocca; perché è una peccatrice" Poi disse alla donna: "I tuoi peccati sono perdonati". . Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; va' in pace" (Luca 7:36-50).
La prima donna che troviamo ai piedi di Gesù, è spinta da un grande bisogno di pentirsi.
Questo suo pentimento non è a cuor leggero, ma si manifesta in un modo così forte che denota quanto fosse profondo il suo ravvedimento. Quel pianto stava ad esprimere la dimensione del suo rammarico per aver vissuto tanto lontano da Dio ed il dolore per loffesa a Lui arrecata.
Non osa guardare il volto del Salvatore, tanto si sente profondamente indegna nel suo cuore al punto da allontanare lo sguardo dal Suo santo viso. Piuttosto si pone ai piedi di Lui, di dietro, perché questa è lunica posizione che ritiene di poter assumere.
Da quel punto non poteva vedere che i piedi del Signore e la terra sui quali poggiavano. Come quei piedi si erano abbassati venendo in questo mondo per attraversare strade polverose piene di impurità, così lei desiderava umiliarsi per mostrare il suo ravvedimento.
Nel baciare e ribaciare quei piedi, ella mostra tutta la sua riconoscenza per il Salvatore che era venuto in questo mondo, che non aveva lasciato né abbandonato i peccatori a se stessi, ma si era prodigato perché fosse per loro lunica ancora di speranza..
Ella ci mostra come deve essere una vera e genuina esperienza di ravvedimento. Troppo spesso assistiamo a conversioni fatte a cuor leggero, che lasciano il tempo che trovano. Il problema delle nostre chiese è che sono sempre meno i credenti che hanno avuto un travolgente incontro col Signore e, quindi, la consacrazione, la devozione, la dedizione generale sono drasticamente diminuite. Cè un comune scadimento della spiritualità, perché ci sono sempre meno conversioni profonde.
Un vero ravvedimento non avviene mai superficialmente e non sfiora appena la sfera della nostra vita, ma la travolge, la investe come un uragano, tanto che niente dopo resta più come era prima. Una vera conversione, spiritualmente parlando, avviene non in piedi, ma sulle proprie ginocchia, in un atteggiamento di profonda prostrazione ed umiliazione.
Il sentimento di chi si ravvede è intriso di profonda contrizione, di vergogna, di umiliazione per loffesa arrecata a Dio, ma è anche illuminato dalla speranza, dalla fede che in Lui solo cè possibilità di un vero perdono.
Tornando alla nostra donna, notiamo come ella sente di fare ciò non in privato, ma di manifestare quei suoi sentimenti pubblicamente davanti al Maestro. Chi si ravvede veramente non ha paura del giudizio della gente, né tiene la sua conversione in segreto, ma si espone davanti a tutti, anche a rischio di perdere la propria reputazione.
Notiamo inoltre una cosa importante. Questa donna va a Gesù per essere perdonata, quindi Lo riconosce come Colui che ella aveva offeso, il destinatario del torto subito, e quindi sa di dover spandere il suo cuore proprio davanti a Lui.
In quel tempo il perdono si poteva ottenere recandosi al tempio, sempre che quel perdono fosse possibile, portando un sacrificio per il peccato. Ma il suo peccato, secondo la Legge, come anche dimostra lepisodio della donna adultera, non poteva essere rimesso. Ciononostante, la fede la spinge fino al Salvatore, al Quale, col suo gesto, chiede mercé per la sua anima affranta.
Davanti a Gesù Cristo si apre anche la speranza più impossibile; le porte chiuse si spalancano e ciò che è infattibile diventa attuabile. La fede fa superare tutte le barriere, tutti i pregiudizi e ci porta direttamente davanti al Salvatore, dove il cuore riconosce spontaneamente che cè perdono e salvezza.
Dunque, questa donna vede in Gesù quello che il Fariseo, in casa del quale il Maestro era stato invitato, non riesce a scorgere, così come pure gli altri religiosi, e che cioè il Figlio delluomo ha il potere di rimettere i peccati, in quanto Figlio di Dio, uno col Padre.
Cosa vuole significare, infatti, con quel profumo con il quale unge i piedi del Signore se non un riconoscerLo come Dio manifestato in carne? Nel tempio veniva offerto tra laltro un profumo sullapposito altare, perché salisse allEterno come un offerta di adorazione e devozione. Non a caso i pagani offrivano allo stesso modo profumi al tale o talaltro dio, cosa che fece del resto in certi casi pure il popolo dIsraele, nei momenti di sviamento spirituale. Il profumo si offriva solo alla divinità e quella donna, riconosce in Gesù nientaltro che il Signore stesso.
Ma stava anche a significare un gesto di accoglienza, di ospitalità. Ciò che non fa il Fariseo, lo fa la donna come a voler dire: Gesù, ti accolgo senza riserve nella mia vita, della quale ti prego sia Tu il Signore.
PER ASCOLTARE
La seconda donna che vediamo ai piedi del Signore è Maria, sorella di Marta e Lazzaro.
Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesú, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: "Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". Ma il Signore le rispose: "Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta" (Luca 10:39).
Maria è seduta ai piedi di Gesù e non è una posizione casuale che ella assume, perché con questo gesto dimostra di considerare il Signore come il Maestro che dallalto della Sua collocazione elevata, impartisce perle di saggezza alla Sua allieva.
Saulo da Tarso dirà di se stesso: "Io sono un giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma allevato in questa città, educato ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della legge dei padri; sono stato zelante per la causa di Dio, come voi tutti siete oggi (Atti 22:3).
Ma poi, più avanti, succede che: Caduto in terra, udí una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (Atti 9:4).
Prima era stato ai piedi di una grande maestro, Gamaliele, uomo saggio ed equilibrato ( e questo dimostra come i discepoli sedessero ai piedi del maestro quando questi insegnava), ma ora si ritrova in terra, ai piedi del Signore, dove, per la prima volta, ascolta la Sua potente e divina voce. Sarà quella voce, udita dalla giusta posizione, che gli cambierà completamente il corso della sua esistenza, perché quando ascoltiamo nella posizione corretta la Parola di Cristo, niente sarà più uguale nella nostra vita.
Tornando a Maria, ella ci insegna che, se vogliamo imparare dal nostro divino Insegnante, dobbiamo occupare una posizione adeguata e che questo non può essere che un posto di subordinazione dove lasciamo che sia Lui solamente a parlare e noi, in silenzio, ascoltare con attenzione. Dobbiamo avere lumiltà di non rimanere nelle nostre ragioni e opinioni (cosa che a volte non ci è agevole fare), né di sentirci sullo stesso piano del divino Maestro.
Ella sta in silenzio, non discute con Gesù, così come a volte facevano gli oppositori, ma ha il solo scopo di ascoltare tutto ciò che la divina saggezza ha da impartirle.
Giobbe pensa di poter dibattere con Dio, di esporre le proprie ragioni, assumendo più la posizione di maestro che di discepolo, sentendosi quasi alla pari e sullo stesso Suo livello. Ma, successivamente, deve ricredersi e dire: Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non riprenderò la parola, due volte, ma non lo farò piú" (Giobbe 40:4-5). E solo ora che egli si pone moralmente ai piedi del celeste Maestro ed è pronto ad ascoltarLo.
La posizione seduta di Maria ai piedi di Gesù sta ad indicare anche che, in questo modo, dimentica di tutto, lasciata ogni altra occupazione, si dispone ad ascoltare con la massima attenzione. Tutto passa in secondo piano, anche una cosa importante come quella di dover preparare il pranzo per il gradito Ospite. Questa è lunica posizione che possiamo assumere se vogliamo veramente ascoltare linsegnamento del Signore, cioè ai Suoi piedi, senza distrazione, né pensiero per questa o quellaltra faccenda. Ecco perché il modo migliore per imparare da Dio è quello di farlo in preghiera, magari al mattino, lontano dagli affanni e preoccupazioni della vita.
PER ADORARE
Lultima donna che troviamo ai piedi di Gesù, lo fa per gratitudine e per un profondo senso di ringraziamento e adorazione.
Gesú dunque, sei giorni prima della Pasqua, andò a Betania dov'era Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. Qui gli offrirono una cena; Marta serviva e Lazzaro era uno di quelli che erano a tavola con lui. Allora Maria, presa una libbra d'olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesú e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu piena del profumo dell'olio. Ma Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: "Perché non si è venduto quest'olio per trecento denari e non si sono dati ai poveri?" Diceva cosí, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro, e, tenendo la borsa, ne portava via quello che vi si metteva dentro. Gesú dunque disse: "Lasciala stare; ella lo ha conservato per il giorno della mia sepoltura (Giovanni 12:1-7).
Qui non viene detto che Maria fosse ai piedi di Gesù ma lo si capisce dal fatto che ella unge i Suoi piedi e li asciuga con i propri capelli. Per far ciò, è ovvio che stesse in una posizione genuflessa.
Ella è stata oggetto di un grande miracolo da parte del Signore che aveva appena risuscitato suo fratello Lazzaro, rispondendo alla sua preghiera: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto" (Giovanni 11:32).
Quale ringraziamento nel suo cuore, quale gioia, quale amore e riconoscenza per il divino Maestro che tanto amava la sua famiglia (Giov. 11:5).
Cosa fare per mostraGli la sua devozione se non prendere ciò che di più aveva caro, la parte più importante della sua dote nuziale, ed offrirla al Suo Salvatore.
Non ci sono parole nel suo modo di ringraziare, ma cè solo un gesto che vuol dire molto di più di ciò che qualsiasi parola, per quanto bella ed espressiva, possa dichiarare.
Quel gesto vuole dire: Signore, ti do il meglio, tutto ciò che ho di più prezioso, la mia stessa vita!
Non è solo unazione di accoglienza e di ospitalità la sua, ma va oltre, perché non è il capo che ella unge e non è un asciugamani che usa, ma unge i piedi del Maestro e li asciuga con i suoi capelli.
Riconosce ciò che la fede solo può scorgere, che Gesù cioè è il Figlio di Dio, degno di adorazione e devozione, le quali solo a Dio spettano.
Nessuna adorazione, nessuna devozione, nessun ringraziamento potrà essere adeguato nei riguardi di Cristo e di Dio se non un cuore genuflesso, sottomesso, riconoscente e grato che dona se stesso interamente ai Suoi piedi e gli offre il meglio. Qualsiasi altro tipo non avrà mai lo stesso valore, la medesima portata e non sortirà mai il medesimo effetto ed una uguale potente testimonianza.
Il profumo riempie la casa dove Maria unge i piedi del Signore e tutti i presenti ne possono sentire il soave aroma e sono influenzati da quella dolce e profonda atmosfera. Non cè testimonianza più potente e che arriva agli altri di una vita piena damore per Gesù al quale si offre senza riserve.
E, in più, non è la casa di un altro che viene invasa dallaroma, ma è la sua stessa dimora, perché la prima ad essere benedetta è la nostra stessa vita.
CONCLUDENDO
Per concludere, notiamo come le tre esperienze siano accumunate non solo dal fatto che le donne si trovano ai piedi di Gesù, ma anche dalle critiche che furono mosse nei loro confronti.
Nel primo caso, è il Fariseo che, sentendosi in difficoltà per aver accolto il Maestro così freddamente, cerca di giustificarsi con i suoi pregiudizi verso la povera peccatrice.
Nel secondo, è Marta che accusa la sorella davanti al Signore di non prestarle laiuto che avrebbe dovuto, sentendosi offesa ed indignata per il suo comportamento.
Nel terzo caso, è Giuda Iscariota che critica i buoni sentimenti di Maria, adducendo la ragione che si era trattato di una perdita di danaro, mentre nel suo cuore, sapeva di essere un ladro ed era mosso dal dispiacere di essersi perso unaltra opportunità di guadagno.
In tutti e tre i casi, le critiche sono ingiuste e distruttive, perché chi critica, lo fa sempre per ragioni sbagliate, con cattivi sentimenti e si trova sempre dalla parte del torto.
Gesù, in tutti e tre gli episodi, non manca di rimproverare in un modo disarmante, che non ammette alcuna possibilità di replica, coloro che avevano giudicato i buoni sentimenti di queste donne e ci lascia un insegnamento al quale faremo bene ad attenerci: ovvero astenerci da qualsiasi critica verso i nostri fratelli, perché Lui solo conosce veramente i cuori.
Dio ci benedica!
Antonio Morra
Un grido di vittoria
Nel giorno ch'io griderò, i miei nemici indietreggeranno. Questo io so: che Dio è per me (Salmi 56:9).
Ogni credente ha una risorsa a propria disposizione che gli permette di vincere sulle avversità della vita, sui problemi e su ogni altra causa di dolore e di sofferenza e questa risorsa non può essere altro che la lode e ladorazione al Signore.
Dobbiamo vedere in questo grido che fa indietreggiare i nostri nemici più che uninvocazione di aiuto, unespressione di esultanza per la vittoria che già afferriamo mediante la fede.
Un grido d'esultanza e di vittoria risuona nelle tende dei giusti: La destra dell'Eterno fa prodezze (Salmi 118:15).
Quel grido è un rimettere completamente le sorti delle nostre battaglie nelle mani di Dio, di fronte al quale nessun nemico può resistere. Ricordiamo quel che avvenne nel Getsemani, quando al solo pronunciare la frase: Son io, i soldati indietreggiarono e caddero a terra.
Come dunque ebbe detto loro: "Son io", indietreggiarono e caddero in terra (Giovanni 18:6).
Cè una gloriosa potenza nel nome del Signore che viene messa a nostro favore quando lodiamo e adoriamo Iddio.
Eppure tu sei il Santo, siedi circondato dalle lodi d' Israele (Salmo 22:3).
UN GRIDO PER VINCERE
Portiamoci un momento lungo le mura di Gerico e consideriamo come le alta e inespugnabili mura crollarono senza esitazione al semplice grido del popolo. Ci può sembrare quasi un qualcosa di ridicolo quello che fu suggerito a Giosuè per espugnare la città, eppure le cose andarono proprio come il Signore aveva detto.
La strategia di Dio era un semplice grido al suono del corno e delle trombe portate dai sacerdoti. Ci saremmo aspettati piuttosto un piano militare efficace e lutilizzo di macchinari specifici per fare una breccia tra le mura. Niente di tutto questo. Un semplice grido e nessunaltra cosa sarebbe stata sufficiente per far crollare le possente mura della città.
Dio ci chiede qualcosa di semplice per ottenere vittoria: un grido di vittoria, di lode e adorazione. La strategia divina sembra ridicola agli occhi del mondo, ma risulta vincente nella realtà. Nessun ostacolo può resistere di fronte al grido di vittoria pronunciato mediante la fede dai figlioli di Dio. E lì che il nemico indietreggia e si volge in ritirata, perché non può resistere quando un credente si rivolge allOnnipotente, lodandoLo e adorandoLo con tutto se stesso.
E questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede (I Giovanni 5:4).
Giosuè ordinò al popolo che nessuno facesse udire la sua voce per tutti i sette giorni in cui dovevano circuire la città. Solo al settimo giro del settimo giorno, al momento stabilito, avrebbero dovuto gridare tutti insieme. Nessunaltra parola doveva uscire dalla loro bocca, ma solo un forte grido di vittoria al momento opportuno.
Sta' in silenzio davanti al SIGNORE, e aspettalo (Salmo 37:7).
Bisogna bandire ogni parola inutile dalla nostra bocca, ogni espressione che potrebbe suscitare incredulità e scoraggiamento. Dobbiamo smettere il linguaggio dellincredulità, anche se tante volte camuffato e non facilmente individuato dai credenti, e indossare quello della fede, della lode.
Cosa gridò il popolo nel momento stabilito? Quale parola pronunciò? I commentatori sono daccordo nel sostenere che essi esclamarono ad alta voce una parola di lode, come potrebbe essere: Alleluia. Oh, come unespressione di lode, di adorazione può scrollare gli impedimenti più irremovibili! Davanti a un simile grido, il nemico non può far altro che fuggire. Ogni azione messa in essere diversa da quel circuire la città e dal grido finale sarebbe stata un fallimento. Non possiamo vincere la nostra Gerico con un piano da noi messo in atto, ma da una semplice ubbidienze alla Parola di Dio. Se il Signore ci dice una cosa, facciamola, anche se ci sembra assurda e non la comprendiamo.
Man mano che il popolo circuiva la città, quelle mura diventavano sempre più piccole agli occhi del popolo e la fede cresceva nel loro cuore. Non erano soli, ma larca era con loro, la presenza di Dio li accompagnava. Inoltre il suono delle trombe suscitava in loro la certezza della vittoria.
Giriamo attorno al problema, non con i nostri pensieri, i dubbi e le preoccupazioni, la qual cosa non farebbe altro che produrre uno scoraggiamento maggiore, ma con una piena fiducia che Dio è con noi e che è Sua la vittoria. E, man mano che circuiamo le difficoltà, accompagnati dalle trombe squillanti e dalla presenza del Signore, la fiducia cresce e con essa la consapevolezza che abbiamo già la vittoria.
Man mano che giravano, quella mura si facevano sempre più piccole, fino a scomparire del tutto davanti a loro.
Chi sei tu, o grande montagna? Davanti a Zorobabele tu diventerai pianura (Zaccaria 4:7).
UN GRIDO PERCHE SI APRANO LE PORTE SBARRATE
Paolo e Sila nel fondo della prigione di Filippi, sulla mezzanotte, pregando, cantavano inni a Dio. Erano provati e addolorati per le percosse subite e si trovavano nel luogo più profondo della prigione, al buio, ed avevano i piedi legati nei ceppi. Ci poteva essere qualcosa di peggiore che questo? Eppure, leggiamo che questi due uomini di Dio pregavano salmeggiando al Signore. La lode riempì il loro cuore e la stessa prigione, tanto che tutti i carcerati li ascoltavano. Oh, quale dolce armonia si levò tra quelle tristi mura e quale sollievo per i loro cuori stanchi.
Paolo e Sila sapevano che avevano una risorsa che gli altri non possedevano, una facoltà che può cambiare le cose più infelici e portare intorno pace e amore, e cioè la preghiera intrisa di lode e di canto di adorazione. Quella prigione divenne un luogo celeste che non aveva più niente di buio e di angosciante ma dove si manifestava e splendeva la sfolgorante luce divina.
Che importa quali siano le circostanze nelle quali viviamo e che ci rendono la vita difficile. Le cose possono cambiare se incominciamo a salmeggiare a Dio e a lodarLo con tutto il nostro cuore. Sono mai le nostre prove maggiori di quelle di Paolo e Sila? Ci troviamo forse in una prigione come la loro? Abbiamo ricevuto delle battiture come essi? Non certamente! Eppure, tante volte non sappiamo sfruttare la meravigliosa risorsa che abbiamo a nostra disposizione e ci lasciamo abbattere dalle nostre prove e difficoltà.
Cambiamo atteggiamento e la lode cambierà le circostanze più oscure ed aprirà le porte più serrate, nostre e di quelli che ci sono intorno. Nei giorni di avversità glorifichiamo Iddio con tutto il cuore, dimenticando il problema e concentrandoci solo sulla Sua gloriosa Persona. Spandiamo il cuore davanti al Suo cospetto, entriamo nei luoghi celesti in Cristo ed adoriamo la Sua santa Maestà. Nessun balsamo può essere più efficace di questo e niente ci può dare gioia e pace maggiori, insieme alla fiducia nel nostro grande Signore.
Quella semplice lode, quel canto di adorazione fu sufficiente per far aprire le porte della prigione e spezzare i ceppi che avevano ai piedi, e non solo le porte loro, ma anche quelle degli altri prigionieri. La lode cambia non soltanto le cose che ci riguardano, ma influenza anche il cambiamento nella vita di quelli che ci sono intorno. Essa porta una testimonianza efficace e riesce a raggiungere più cuori di quello che potrebbero fare lunghi discorsi.
Quando lodiamo il Signore nelle nostre difficoltà, subito la gente è contagiata dalla nostra serenità e dalla fiducia in Dio. Allora comprende che anchessa può trovare nel Signore, mediante la lode e ladorazione, la risorsa segreta che Egli ci mette a disposizione per trovare risposta e liberazione dalle proprie avversità.
UN GRIDO PER VEDERE LA GLORIA DI DIO
Isaia si trovava nel tempio come tante altre volte, quando vide la gloria di Dio ed i Serafini che gridavano luno allaltro: "Santo, santo, santo è il SIGNORE degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!" (Isaia 6:3).
Fu proprio in quel momento che le porte del tempio furono scosse fin dalle loro fondamenta e la casa fu ripiena della benedizione divina.
Notiamo come quella gloria riempì il tempio proprio quando Isaia ascoltò i serafini gridare quelle meravigliose parole di adorazione.
La lode promuove la presenza di Dio e le Sue grandi benedizioni.
Eppure tu sei il Santo, siedi circondato dalle lodi d' Israele (Salmo 22:3).
Quegli angeli gridavano luno allaltro parole di adorazione; non sussurravano, ma gridavano la loro lode al Signore. Gesù disse a coloro che volevano impedire ai discepoli di osannare il Redentore: Io vi dico che se costoro si tacciono, le pietre grideranno (Luca 19:40).
Anche qui si tratta di trattava di gridare e non sussurrare le parole di lode a Dio. Se non siamo noi a gridare la gloria che spetta al Signore, altri lo faranno, ma noi perderemo le Sue benedizioni.
Non cè niente che ci assicuri la presenza e la gloria di Dio se non una lode ed unadorazione fatta con tutto il cuore. Non sono i morti che lodano il SIGNORE, né alcuno di quelli che scendono nella tomba; ma noi benediremo il SIGNORE, ora e sempre. Alleluia (Salmi115:17-18).
Se vogliamo vedere le porte della chiesa beneficamente tremare per la presenza di Dio, scrollandosi da ogni stasi e torpore spirituali, dobbiamo effondere davanti allEterno il nostro cuore in profonda adorazione. Se non vogliamo vivere dei culti formali, che non producono niente e non cambiano la nostra vita, allora dobbiamo entrare nelle porte del Signore con lode, nei Suoi cortili con ringraziamento, come dice il Salmo 100.
Dopo che ebbero pregato, il luogo dove erano riuniti, tremò; e tutti furono riempiti dello Spirito Santo, e annunziavano la Parola di Dio con franchezza (Atti 4:31).
Isaia era entrato tante volte nel tempio, ma niente era successo. Ora gli viene concesso di vedere i serafini gridare la lode a Dio ed egli si associa a quella profonda adorazione; vede così meglio dentro al suo cuore tutte le cose che non andavano. La sua vita viene scossa in un modo radicale, proprio come quelle porte furono scossa dalle fondamenta. Allora riceve la chiamata, viene purificato e subito incomincia a profetare. Isaia ha imparato che la lode muove il braccio di Dio e questo influenzerà anche i suoi scritti, dove riporterà anchegli parole di adorazione.
SIGNORE, tu sei il mio Dio;io ti esalterò, loderò il tuo nome, perché hai fatto cose meravigliose; i tuoi disegni, concepiti da tempo, sono fedeli e stabili (Isaia 25:1).
Antonio Morra
Un credente fedele
Tu sai questo: che tutti quelli che sono in Asia mi hanno abbandonato; fra i quali, Figello ed Ermogene. Conceda il Signore misericordia alla famiglia d'Onesiforo, poiché egli m'ha spesse volte confortato e non si è vergognato della mia catena; anzi, quando è venuto a Roma, mi ha cercato premurosamente e m'ha trovato. Gli conceda il Signore di trovar misericordia presso il Signore in quel giorno; e quanti servigi egli abbia reso in Efeso tu sai molto bene (II Timoteo 1:15-18).
In questo passo, lapostolo Paolo parla di un certo Onesiforo, un credente che gli stette vicino in un particolare momento difficile della sua vita. Elogia il comportamento di costui e lo fa con un forte senso di gratitudine nei suoi confronti, consapevole di aver trovato un grande conforto ed incoraggiamento proprio grazie alla vicinanza di questo semplice credente insieme alla sua famiglia.
ONESIFORO: UN CREDENTE QUALUNQUE
Onesiforo non sembra essere un ministro di culto, un evangelista, un dottore della Parola, eppure ha un compito prezioso e di fondamentale importanza nellopera di Dio. E vicino allapostolo Paolo nel momento in cui si trova ristretto nella cella di un carcere romano. Lontano da tutti, in una situazione di grande disagio, in una città che non è la sua, lapostolo sente la necessità della vicinanza dei credenti, perché anche lui, come noi tutti, aveva bisogno di conforto nei momenti di persecuzione. Ovviamente, Onesiforo non ha le stesse responsabilità dellapostolo, non è conosciuto come lui, non è una colonna nella chiesa, non ha un nome altisonante, non è citato nelle grandi imprese o nei viaggi missionari. Eppure quanto è importante e prezioso il suo apporto.
Grandi uomini di Dio hanno avuto bisogno dei tanti Onesiforo chiamati dal Signore ad essere persone che sanno stare vicino a chi soffre, persone semplici, umili, che lavorano dietro le quinte, ma la cui opera è di fondamentale importanza.
ONESIFORO STRUMENTO DI DIO
La Scrittura parla di Dio come Colui che consola gli abbattuti. Ma, nel far ciò, Egli si serve tante volte di strumenti umani. Usò in questo caso Onesifero per consolare Paolo, così come in un'altra occasione si servì di Tito.
Poiché, anche dopo che fummo giunti in Macedonia, la nostra carne non ha avuto requie alcuna, ma siamo stati afflitti in ogni maniera; combattimenti di fuori, di dentro timori. Ma Iddio che consola gli abbattuti, ci consolò con la venuta di Tito (II Corinzi 7:5-6).
Noi possiamo essere degli strumenti preziosi nelle mani di Dio a pro del Suo Corpo, la chiesa se sappiamo cogliere le opportunità. Egli vuole usarsi di noi per portare una grande consolazione, perché gli altri siano benedetti per mezzo nostro. Non importa quale sia lo strumento, Onesiforo o Tito, ciò che vale è che è Dio a consolare attraverso la loro strumentalità.
Gionatan confortò il cuore di Davide nel momento in cui Saul decise di ucciderlo. Allora Gionathan, figliuolo di Saul, si levò, e si recò da Davide nella foresta. Egli fortificò la sua fiducia in Dio (I Samuele 23:16).
Come furono importanti quelle parole e come lo sostennero durante tutte le sue disgrazie. Cè una forza straordinaria nelle parole di colui che viene per incoraggiarci, perché è mandato da Dio come uno strumento che Lui usa per il bene altrui.
ONESIFORO NON SI LASCIA CONDIZIONARE
Tutti quelli che sono in Asia mi hanno abbandonato; fra i quali, Figello ed Ermogene.
Onesiforo fa quello che gli altri credenti avrebbero dovuto fare e non fanno; ma non si lascia certo scoraggiare da questo, tanto meno influenzare in modo negativo. Tutti, ed in modo particolare Figello ed Ermogene, hanno lasciato lapostolo nelle sue catene, solo ed abbandonato a se stesso. Devessere stato tremendo per Paolo trovarsi in quelle condizioni, pensando che tutti quelli che erano stati in Asia con lui in passato lo avevano abbandonato. Ma Onesiforo viene appositamente a Roma e si mette a cercare premurosamente lapostolo fino a che lo trova. E evidente che abbia fatto molta strada perché sembra abitasse ad Efeso. Diventa quindi un prezioso sostegno per Paolo e questi al solo vederlo, sentendo il suo simpatizzare con le sue sofferenze, il suo condividere le sue persecuzioni, si rianima e riprende le forze. Era importante per lui lincoraggiamento divino che riceveva nella preghiera, ma lo era anche quello che gli proveniva da un semplice e fedele credente.
Onesiforo non guarda gli altri, non li imita, non si lascia condizionare da quello che fanno, ma va avanti per la sua strada. Ha un solo obiettivo: essere di sostegno e di incoraggiamento allapostolo che sa essere in prigione per Cristo, anche a costo di tanto sacrificio nel fare tanta strada e consumare le sue risorse personali, perfino coinvolgendo nel disagio la sua stessa famiglia. E come se portasse avanti un ministero, una precisa responsabilità che ha davanti a Dio al quale sente di dover dar conto, ma anche per lamore che nutre per il servo del Signore.
Onesiforo è il tipo di un credente del quale ti puoi fidare. Quando gli altri ti lasciano, egli rimane lì al suo posto, vicino a te. Non ti sta al fianco per criticarti, per cercare qualcosa che non va nel tuo comportamento o per individuare una tua presunta responsabilità nelle disavventure che affronti, ma è lì per confortarti, per prestarti il suo aiuto. E un sostegno, un braccio forte, un appoggio, un amico ed un fratello. Quando cè Onesiforo, il tuo cuore si rinfranca, perché sai che non ti farà mai del male, ma solo del bene.
Come la chiesa ha bisogno oggi degli Onesifero, i quali, purtroppo, diventano sempre più rari, come daltronde lo erano allora! Come gli stessi responsabili di chiesa ne hanno bisogno nei momenti in cui debbono essere incoraggiati a causa di problemi e vicissitudini che affrontano a causa del loro servizio! Gli Onesifero sono credenti che hanno buoni sentimenti, e sono non mossi da spirito di parte e di vanagloria, che non amano la gloria degli uomini, ma quella di Dio, che non si innalzano e non cercano di portare avanti la propria causa, ma quella del Signore.
Essi non producono mai divisioni, ma unione, non sono fonte di destabilizzazione, ma di edificazione. Questi sono i credenti che piacciano al Signore e che lo onorano veramente.
Che Dio ci aiuti a rassomigliare sempre più a questo fratello dei primi tempi della chiesa!
ONESIFORO CE SEMPRE
Abbiamo letto: e quanti servigi egli abbia reso in Efeso tu sai molto bene.
Consideriamo la continuità del servizio di Onesiforo. Ad Efeso aveva già reso molti servigi allapostolo, ora fa lo stesso anche a Roma. Quanta costanza nel suo operare, quanta fedeltà, quanta responsabilità. Non sta vicino a Paolo solo nei momenti belli, nei successi, nelle vittorie, nella gloria, ma anche nellignominia, nel tempo dellavversità. Non aveva avuto vergogna delle catene di Paolo né paura di esporsi, ma aveva simpatizzato con la sua sofferenza. Si era ricordato dei carcerati come se fosse stato egli stesso in carcere, come esorta lo scrittore dellepistola agli Ebrei.
L'amico ama in ogni tempo; è nato per essere un fratello nella distretta (Proverbi 17:17).
Quanti fratelli aveva Paolo in Asia? Eppure tutti laveva abbandonato e dimenticato nel fondo della prigione romana. In altri momenti avevano goduto del ministero dellapostolo, della sua potente predicazione, della sua esortazione; ma ora che le cose si erano messe male per Paolo lo lasciano a se stesso. Avevano ricevuto ma non volevano dare. Era evidente che non amavano veramente il servo di Dio, i fatti lo dimostravano.
Quanto egoismo cè a volte nella nostra vita! Riceviamo con tanta facilità ma non siamo disposti a dare con la medesima disponibilità. Pensiamo molto di più a noi stessi, alle nostre disavventure, ai nostri problemi, alle nostre prove e sempre meno alle sofferenze degli altri. Allora ci viene in aiuto la Parola di Dio, quando ci esorta: Date, e vi sarà dato: vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura onde misurate, sarà rimisurato a voi (Luca 6:38).
Non cè miglior metodo per ricevere aiuto nelle nostre prove che dare aiuto a chi è ugualmente nel bisogno.
Dicevamo che Paolo era rimasto solo nonostante i tanti conoscenti in Asia. Spesso questa è la sorte che tocca ai servitori del Signore: si affaticano, si adoperano, si prodigano per lopera divina ma generalmente non ricevono riconoscimenti, anzi spesso opposizione, abbandono, e in qualche caso anche ostilità da parte di qualcuno che si definisce credente. Era successo anche allapostolo e succede ancora oggi.
Ma, grazie a Dio, ci sono ancora degli Onesiforo che rimangono fedeli anche quando tutti gli altri vengono meno, restando al fianco dei servitori del Signore e degli altri credenti in genere anche quando tanti voltano le spalle e si mostrano sleali e privi di amore fraterno.
A volte succede che alcuni ci erano un tempo vicini, ci facevano sentire il loro affetto, ma poi il tempo ha cambiato le cose e, in qualche caso, da amici diventano quasi nemici. Tutto questo non ha niente a che fare con ciò che Dio richiede da noi e dalla condotta che deve tenere un vero cristiano. Non ci illudiamo: chi fa il male, anche se mascherato sotto forma di presunta spiritualità, sta agendo non per la guida divina ma, evidentemente, per linfluenza di un qualcun altro che non si pone certo come obiettivo il bene della chiesa. Non cè niente di peggio di una spiritualità che si vesta di abiti di giustizia, sebbene si dimostri piena di contesa, di ingiustizia, di maldicenza e non riconosce nemmeno di camminare per una strada non buona e che, tanto meno, si sa ravvedere. Il male non viene mai da Dio, che sia sempre ben chiaro in ognuno di noi.
Dio ama un credente fedele, pieno di amore e di compassione, umile, che non cerca il proprio interesse, che non fomenta divisioni e contese, ma che cerca la pace, il bene e ledificazione della chiesa. Un credente che è sempre pronto a sostenere, incoraggiare, aiutare i fratelli che si trovano nel bisogno.
LA PREGHIERA DI PAOLO
Paolo prega che Onesiforo trovi misericordia presso il Signore in quel giorno. In quale giorno? Probabilmente si riferisce al giorno in cui il Re dirà alle pecore disposte alla sua destra, rivolgendo loro queste meravigliose parole di elogio,: Allora il Re dirà a quelli della sua destra: Venite, voi, i benedetti del Padre mio; eredate il regno che v'è stato preparato sin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui forestiere, e m'accoglieste; fui ignudo, e mi rivestiste; fui infermo, e mi visitaste; fui in prigione, e veniste a trovarmi (Matteo 25:34-36).
Chi fa il bene, riceverà bene, ma chi semina vento, riceverà tempesta. Niente di quello che facciamo per il Signore e per il Suo corpo sarà dimenticato presso di Lui, anche se noi stessi lo abbiamo scordato e non vi diamo, giustamente, il legittimo peso.
Che sia detto anche per noi quello che dirà il Signore ai Suoi servi fedeli nel giorno che giudicherà loperato di ciascuno: E il suo padrone gli disse: Va bene, buono e fedel servitore; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore (Matteo 25:21).